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16-05-2005
Dentro un caleidoscopio
E' stato un viaggio straordinario, iniziato con tartine al gorgonzola e tocchi di pere, polpettine di carne in ciotole zen, risotto al vin brulé in bicchierini di vetro e frittelle di mele. Andrea si era spostato nel giardinetto con i suoi amici, lontano dalla confusione. Seduto accanto c'era Arup, il suo percussionista indiano vestito di un coraggioso arancione. A loro, dopo una cremosa bavarese alle nocciole, è toccato animare la serata. Quella notte si poteva rimanere seduti anche solo a guardare la scena che cambiava colore, come girando un caleidoscopio, senza fare nulla. Anche le silenziose e malinconiche sculture di Ovidio sembravano mescolarsi a quei colori, come testimoni del mondo, alla ricerca di una possibile empatia, di un punto di riferimento. E' stato uno spettacolo ininterrotto per chi ha saputo riconoscere la semplicità e la familiarità che si respirava mentre Andrea parlava con il suo pubblico attento, e rispondeva alle loro domande scritte timidamente su bigliettini di carta. Le luci regalavano tepore agli occhi. La venditrice di libri passeggiava su e giù per il porticato, ingannando il tempo davanti ad un'esposizione di tavole di fumetti originali. Solo intorno a mezzanotte il Café a Brasileira ha scostato la tenda rossa, ed ha invitato tutti ad assaggiare succo di mele, lardo e salame di una cascina della zona. Mi stupiva quel brusio senza esclamativi, la compostezza degli sguardi, l'eleganza della sala, foderata dei libri di Davide, e degli inchiostri blu di Emi, simili ad un mare blu di parole e forme astratte. Le pietre fuori erano ocra, poi bianche, sempre più bianche e poi rosa, arancio, e bianche ancora solo per un attimo, prima di sparire nel buio nero e felpato della notte.

Il giorno seguente sono andata a visitare la mostra per il centenario dalla morte di Jules Verne, nel palazzo di Alfieri, ed ancora avevo in testa la musica della sera prima. Intanto sedie e tavoli bianchi tornavano ad animarsi di curiosi, richiamati da una donna bella e piccolina vestita di rosso, e dalla sua voce inaspettata ed inchiodante, che riempiva il cortile di quel palazzo della prima metà del cinquecento. Valeria passava ogni pomeriggio, intorno alle sei, a leggere storie. Quando la conobbi io, il primo giorno, era accompagnata da Mr. Fogg, un distinto signore inglese, e da altri tre uomini, dal marcato accento portoghese. Dopo aver letto qualche pagina, ha fatto assaggiare loro del Porto, accompagnato da un piattino di biscotti dal gusto intenso di caramello, con uvetta e fichi. Alcuni volontari lo servivano invece a chi era rimasto ad ascoltare, e nessuno è riuscito a non cedere al richiamo di un dito di quel liquore dolce. Sceso poi il cielo della notte, Piero, Philippe e Roberto si sistemarono a parlare di scienza, di televisione e di stelle, purtroppo nascoste da pesanti nuvole. Ma altre luci si sono fatte notare, intorno alle undici, su di una pedana di legno, incorniciata da una scenografia spoglia ma suggestiva, minimale. Due sedie, una panchina, un appendiabiti. E due stelle, Linda e Lorenzo, Ofelia e Fernando, ed il loro namoro folle e passionale recapitato agli spettatori attraverso lettere d'amore cariche di umanità e debolezze, dalla regista Ana ed il drammaturgo Paolo.

Meno debole è stato il protagonista del giorno dopo, Alvim. Un tornado, una tempesta di energia. Alvim dj, autore ed artista, Alvim che conosceva dell'Italia solo Carrà, Berlusconi e Toto Cotugno. E lo stesso Alvim, dopo l'incontro con i fumettisti Antonio, Alfredo e Gino, circondato di donne e birre, è rimasto fino a notte tarda al ritrovo disteso dei volontari più giovani e dei protagonisti dello spettacolo pessoiano. C'erano Federica ed Alessandro che facevano le foto, Marco che suonava la chitarra, c'era Silvia che recitava e Paolo che leggeva, c'era l'aria buona delle nottate in spiaggia, tra amici di sempre, a cantare davanti al fuoco.

Ed è forse per questo che Linda la mattina seguente mi è scivolata accanto, mi ha guardata fissa negli occhi e mi ha ringraziata per la sera prima, perché era da tempo che non rideva così di gusto, ne aveva bisogno. Lei forse non lo sa, ma è stato uno dei momenti più belli di questo viaggio. Durante quella stessa giornata, ho conosciuto Laura ed Helena. Accompagnate dal distinto signore inglese e da Antonio, un giovane professore lusitano, hanno raccontato di come sulle coste della loro Madeira giungono i ritmi sommessi dell'oceano, le vibrazioni che nascono nella profondità della terra e che salgano sulle rocce. Hanno raccontato questo, ed hanno presentato il libro che raccoglie queste piccole marce familiari, queste movenze quieti di amanti, questi rituali grotteschi di streghe. Mario, Angela e Piero, poche ore più tardi, si sono messi a parlare di storia e mito. Quella stessa notte, c'è stato un secondo ritrovo intimo in quella stessa stanza accogliente. C'era Paolo che ha fatto rimanere tutti a bocca spalancata con la struggente O Infante, di Dulce Pontes, c'era Linda che recitava in marchigiano, c'era Ana che faceva la voce barocca. Le notti che valgono la pena vivere sono quelle che permettono di tornare a casa con un sorriso ebete e perenne sulla faccia, e quelle di giovedì e venerdì lo sono state senza alcun dubbio.

Sabato due giovani scrittori lusitani, José Luís e Possidónio hanno chiacchierato sulla loro terra, ed Ernesto e Walter si sono scambiati amabilmente pareri riguardo ai romanzi storici. La serata si è conclusa poi sui versi di Pessoa, questa volta musicati da Mariano ed il suo gruppo. Ha fatto un saluto bello Mariano, in chiusura, augurando a tutti che, nonostante il progresso tecnologico incombente, la nostra vita sia sempre accompagnata dai libri di carta.

E così, senza nemmeno che io me ne accorgessi, è arrivata l'ultima giornata. Piergiorgio e Lorenzo parlavano di architettura, mentre Andrea, Fabiana e Licia di terre e scritti fantastici. A chiudere un gruppo particolare, affezionato alla tradizione musicale dei gitani Manouches. Ho stretto in un abbraccio gli amici, e poi Donatella, Elisabetta e Silvia, ho detto loro grazie per questa settimana, e sono partita prima che terminassero di suonare ed il sipario si chiudesse. Sono tornata a casa a piedi, con il cuore gonfio di quella malinconia dolce ed indelebile, che solo i momenti veramente puri sanno lasciare.

Autore Alice Avallone




 
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